“Appunti di territorio”: Cecina riscopre Giulio Chimenti

 

CECINA (LI). Aspetti salienti di vedute minori. L’anima di un territorio, e il riflesso di un’epoca, rivelati dall’indugiare dilatato dell’attimo di luce più straordinario. Scenografie di paesaggio abitate dalla provvisorietà, senza ritorno, del cambiamento imminente.

Sono gli “Appunti di territorio” di Giulio Chimenti (1914-1995), una mostra, ma anche una storia che ha intrecciato l’arte con la vita, il quotidiano con lo straordinario.

Dall’11 al 26 novembre 2017, il Centro Formazione Arti Visive Cecina, presenta, in collaborazione con il Comune di Cecina e con Cooperativa Il Cosmo, la retrospettiva di pittura dedicata a quel singolare “fuoriuscito Labronico”, “trapiantato da circa mezzo secolo a Cecina” come ricorda il Sindaco Samuele Lippi.

Con la mostra “Appunti di territorio” che sarà inaugurata sabato 11 novembre 2017, alle ore 18, l’ideatore e direttore artistico Francesco Bozolo, già allievo di Chimenti, consegna alla città un profilo perduto, raccontato dalla tavolozza cromatica, e dal segno “sull’impressione”, di un artista libero e instancabile.

Una vicenda nascosta, che parla da sé e non vuole essere dimenticata. E con lui quel passato prossimo, già scivolato nel remoto: gli anni ‘60, i ‘70, l’ottimismo, le certezze sociali diffuse, l’incontro fra la vita di campagna, e di mare, con la modernità che accelerava l’urbanizzazione.

Un vero e proprio inventore di colore – dai rossi non rossi alle infinite sfumature dei celesti, ma anche la contesa fra grigio e viola, fra verde e blu, fra marrone e nero – Chimenti, nato ad Altopascio di Lucca, il 28 aprile 1914, livornese di adozione dal 1919, e residente poi a Cecina, dalla metà degli anni ’50, aderisce, nell’immediato secondo dopoguerra, allo storico “Gruppo Labronico” di Livorno. Amico degli artisti Bruno Di Maio e Giorgio Tabet, una volta in provincia, dà vita a circoli ideati sul territorio, non in ultimo l’Associazione Pittori Cecinesi, insieme alla moglie pittrice Rosa Vaja.

Momenti e i Premi salienti della sua lunga carriera: la fondazione del Gruppo Puccini di Livorno; la partecipazione all’Accademia S. Andrea di Roma; il Primo Premio di pittura tra i giovani pittori livornesi nel 1946 e nel ’48 il Premio di Pittura Borgiotti a cui ne seguono altri negli anni ‘50. Mentre nel 1965 un suo lavoro entra nella collezione di Raymond Burr, il celebre Perry Mason televisivo.

Chimenti dipingeva alla maniera degli impressionisti, en plein air, ma a cominciare dal disegno, come un cronista che “intervistava” la natura, mantenendo la memoria importante della forma propria della tradizione macchiaiola e post-macchiaiola. Una rincorsa sullo spazio-tempo dove le sagome di case, palazzi, alberi, navi o barche, si ammucchiano sostenendosi a vicenda: una resistenza fiera, semplicemente utopica.

La sua pittura è un concerto incalzante di tecnica sopraffina e totale libertà espressiva, con qualche appunto volutamente naïf, soprattutto quando entra sulla scena, come un ospite riservato e umile, rispettoso, misterioso, la figura umana.

Già dalla casa di Silvia Chimenti – unica figlia di Giulio – e del marito Guido Pierazzi, si respira la storia, quella vera: la foto originale del 1960 con i decani del Gruppo Labronico, dove Giulio Chimenti è nella seconda fila con Renato Natali, Mario Borgiotti, Giovanni Fucini, Corrado Michelozzi, Lando Landazzi e l’Avv. Aldo Guerrieri.  Ma ci sono anche i due dipinti che si spalleggiano e richiamano a vicenda perché diversa e più fiabesca è la luce, quelli della trasferta in Russia.

Nello stile proprio del curatore Francesco Bozolo, le retrospettive e le mostre non perdono un filo tematico, una coerenza interna che dà ordine all’essenza propria di una ricerca.

Così dagli “appunti” del territorio si approda a quelli dell’anima, e l’evento espositivo presenta anche un “cameo” proto-espressionista, che rivela dipinti altri, forse anticipati da un soggiorno fra colleghi pittori in Val d’Aosta.

L’ambiente impressionista scivola nell’espressione dei sentimenti e degli stati d’animo per produrre la sua più stupefacente eccezione tematica e operativa: il grande dipinto di orizzontale formato, quello che si distingue, quello su cui “indugiava per anni”.

Ricorda l’“Eccidio del Padule di Fucecchio”, crimine di guerra del 23 agosto del 1944.

Mancano gli agganci provvisori, ma preponderanti, del paesaggio che resta in secondo piano. Questa volta è la figura a prendere la scena totale: un gruppo di uomini e donne ripiegati e animati da un comune dramma, così grande da frenare la corsa degli elementi, ora congelati in un cielo cupo e irreversibile, che consegna la cronaca umana all’impressione dell’eterno.

Catalogo: a cura di Francesco Bozolo. Fotografie: Irene Franchi. Archivio biografico: Silvia Chimenti e Guido Pierazzi.

Orario di apertura mostra: 17-19.30 (chiusura straordinaria sabato 18 novembre). Ingresso libero.

Info: 349 6727114.

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