“Rosantique” L’Electro Swing in Italia ha un nome Tra sogni e concretezza

 

di Fabrizio Calabrese

È l’ultima rivelazione dell’Electro Swing italiano, pin up, Dj e cantante esclusiva della scena Electro Swing europea. Si muove da sola o con musicisti, coriste, ballerini e visual al seguito. Ha molti sogni nel cassetto, ma nello stesso tempo è concreta. È una che si è fatta da sola e che a muso duro ha percorso la sua strada guardando solo avanti. Ha il merito di aver portato l’Electro Swing in Italia e sicuramente di averlo promosso a livello europeo. Cittadina del mondo, i suoi concerti show la portano  in ogni dove. Milanese ma da un paio di anni vive a Barcellona, Rosantique (il suo nome vero è un mistero) con il suo spettacolo sarà l’indiscussa ospite di “The Great Katzy”, la serata che chiude l’annata dei Goliardi Senesi prima della settimana delle Feriae Matricularum. L’appuntamento è alle 23 di sabato 5 maggio alla limonaia de Le Volte di Vicobello a Siena.

Che cosa significa per te, Rosantique, Electro Swing? Come lo racconteresti a qualcuno che non lo conosce? «Electro Swing mescola sound di passato e presente, è conosciuto all’estero (Europa, America, Russia e Asia) a partire dal 2008 e oltre ai concerti e i festival che ospitano vari artisti del panorama Electro Swing, sono famosi i cosiddetti Party Like Gatsby, ispirati dalla versione moderna del film The Great Gatsby».

Hai studiato jazz fin da giovanissima. Come ti sei avvicinata ai costumi, agli stili e le sonorità retrò? «Non ho avuto genitori musicisti né appassionati di jazz, mi sono avvicinata spontaneamente per la mia passione e interesse, direi più attrazione innata verso la musica di ogni genere, orientandomi poi, in compagnia di amici  musicisti, verso la bossa nova, il jazz e lo swing. Da piccolissima giocavo di più con un piccolo registratore mangianastri con microfono che con le bambole. Da adolescente ascoltavo e andavo anche ai concerti di musica elettronica già a Berlino ma nello stesso tempo non abbandonavo il canto e la passione per la musica strumentale. Continuavo a dedicarmi alla mia band di cover pop arrangiate in chiave jazz, lounge o swing. Un giorno pensai che piacendomi sia lo swing che la musica elettronica avremmo dovuto inventare qualcosa come “Electro Swing”. Ho scoperto che esisteva già all’estero e mi sono impegnata a portare questo genere in Italia».

Poi che cosa è successo? «“Electro Swing” mi pareva una parola strampalata che però in realtà mi continuava a suonare troppo bene in testa e mi sono sentita mossa da una spinta di entusiasmo nel creare davvero qualcosa di geniale finché non cercai su Google questa parola e come primo risultato mi comparve Libella Swing di Parov Stelar. Quello fu il primo pezzo di Electro Swing che scoprii nello stesso attimo in cui scoprii che Electro Swing esisteva già ed era presente anche nel mercato estero. Mi appassionai immediatamente (ne ero già appassionata prima ancora di scoprirne l’esistenza). Decisi quindi di intraprendere la strada di dj e speaker radiofonica perché era il modo più immediato per mostrare e far conoscere questa musica alla gente riproducendo e presentando ogni settimana diversi artisti del panorama Electro Swing e organizzando eventi: i primi Electro Swing Milano, prima edizione allo storico Dynamo Club di Piazza Greco in cui invitai i siciliani Swingrowers, fino ad arrivare poi alle discoteche conosciute per la musica commerciale come Le Banque, poi i Navigli e più recentemente all’OM di Lambrate».

Che cosa significa essere una pioniera di questo genere in Italia?  «Come pioniera femminile in Italia ho vissuto molte correnti avverse anche per il fatto di essere donna Dj, in un periodo in cui non era ancora così diffuso il fenomeno in generale. Ma andavo come un treno, vedevo solo il mio binario, non mi sono mai curata più di tanto anche delle avversità. Andavo come un treno finché mi ritrovai oltre confine e continuai, fino ad oggi ad andare, andare, andare… e non mi sono mai voltata indietro o fermata!».

Dopo il tuo grande lavoro di diffusione di questo genere, la scena Electro Swing in Italia adesso è come l’hai sempre pensata? O si può fare di più?  «L’Italia è rimasta nei suoi “confini” metaforici e io non posso certo occuparmi dell’evoluzione o dell’apertura mentale, culturale, musiche di un Paese! Perciò lascio che le cose si sviluppino da sole, chissà in ritardo per imitazione del panorama estero, come spesso avviene. Dare l’esempio insegna molto di più che dare lezioni forzate se il terreno non è ancora fertile. Quindi, continuo il mio cammino preoccupandomi e curando la mia di evoluzione artistica e musicale, scrivendo brani sempre più maturi e conoscendo musicisti e produttori di livello sempre più professionale».

Dove vivi adesso? «Ora sono installata a Barcellona da due anni, qui sto abbracciando molto più concretamente il mondo, la storia, la formazione e il mestiere professionale del Dj, grazie a Plastic Accademia che è portavoce di una concezione del Dj con 8 accademie in tutta Spagna e lo trovo davvero un panorama interessante e serio che in Italia ancora non ci si immagina nemmeno».

Il tuo curriculum è davvero ricco, sei sempre in giro per il mondo (o Europa, come preferisci), hai fatto radio, prodotto musica e chi più ne ha più ne metta. Cosa vorresti ancora fortemente fare che non hai fatto? «In futuro mi piacerebbe in primis creare ed evolvere sempre di più il mio personaggio, i miei show e le mie produzioni, e, chissà, anche tornare a portare qualcosa di nuovo nel nostro Stivale, quando il terreno si sarà fertilizzato. Magari anche un Plastic Milano!».

In che cosa consiste il tuo show? Lo fai da sola, ma anche in compagnia di una band? «Sono conosciuta e richiesta come personaggio singolo, però nel concerto completo mi muovo con Dj, musicisti, coriste, ballerini e visual».

Quanto vale in percentuale la cura dell’immagine in questo genere musicale in cui la presenza dei costumi, del trucco e del parrucco sembra davvero importante? «Inizialmente era quasi tutto, il 90% direi, perché il sound era completamente sconosciuto e quindi il racconto Electro Swing veniva esposto al pubblico anche visivamente ricreando un’immagine vintage molto chiara e conosciuta. La pin up anni ’40, per intenderci, con la classica bandana in testa, ciuffo cotonato e colori vivaci o pois. Anche se in realtà l’Electro Swing è riferito agli anni ‘20, quindi il look delle flapper, le prime donne ad emanciparsi nel proibizionismo, dunque look totalmente differente dagli anni ‘40 che rispecchiano invece un sound più rock’n’roll, rockabilly, boogie. Però non c’era molta conoscenza e il vintage era più immediatamente comunicato con la pin up, anche nell’industria dei vestiti e commerciale. Oggi finalmente, dopo il film The Great Gatsby, il messaggio è già più chiaro e vanno di moda le feste anni ‘20 anche nei compleanni, ed il look charleston a frange anche da Zara. Attualmente, nei miei show, non sto più portando un’immagine forzata per veicolare un messaggio di stile, qualche tocco vintage c’è per gusto personale ma non mi impongo più la missione di educare il pubblico. Quindi direi un 30%…stando larghi».

Un sogno e un progetto per il futuro. Ce li riveli? «Sicuramente cantare di più ed esprimermi anche fuori dal genere Electro Swing».

Progetti imminenti? «Tra due settimane tornerò sul palco con Herbie Flower a Brighton in Inghilterra, bassista storico di David Bowie con cui mi esibirò per il terzo anno come guest nel suo concerto Jazz durante il Brighton Fringe Festival. Queste sono non solo soddisfazioni ma direi regali dall’universo per cui ringrazio ogni giorno il privilegio di abbracciare sempre più da vicino un pezzo di storia della musica».

Le foto sono di Mariano Beck tranne quella con sfondo Lilla che è di Gabriele Loda, LG Photographer

 

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