TANTO, MA NON TUTTO SUL TEATRO

 

1a Conferenza:  TEATRO IERI E OGGI

Venerdì 20 Aprile alle ore 21:30 presso la sede dell’Associazione Archeosofica, in piazza dello Spirito Santo 1 a Pistoia presenteremo gli aspetti più affascinanti del teatro e cercheremo di capire perché ha sempre esercitato un forte fascino sull’umanità. Parleremo delle origini del teatro, partendo dagli scritti di Aristotele, di Nietzsche fino ad analizzare il pensiero di Tommaso Palamidessi fondatore dell’Archeosofia, secondo il quale esse sono da legare non soltanto alla poesia, al canto e allo spettacolo, ma al rapporto tra uomo e Dio, che in antico veniva vissuto nei Misteri.

ARTICOLO SULLA CONFERENZA

Il teatro suscita sentimenti e reazioni contrastanti: si può essere molto attratti e incuriositi dal palcoscenico oppure indifferenti e disinteressati. È probabile che tra coloro che dicono, come potenziali attori, non mi piace, mi annoio, tanti hanno paura di avere poca memoria e di essere paralizzati dall’emozione di stare, di parlare, di fare qualcosa di fronte a tanta gente che guarda solo te, oppure, come spettatori, di trovarsi di fronte qualcuno che, sembra paradossale eh?, mettendo in scena un personaggio rivela se stesso.

Il disinteresse per il teatro è forse una emozione secondaria, che ha le sue cause in altri fattori, ma forse il mio è il punto di vista di una donna follemente innamorata…, sì, del teatro.

Il teatro è un mistero complesso, impenetrabile e in ogni caso molto affascinante, se solo ci capita in qualche modo di accostarci ad esso.

In fondo tutti vorrebbero una parte da recitare, forse anche la più importante. Nessuno rimane indifferente di fronte ai costumi, a trucco e parrucco, ai camerini, alle scenografie, ai copioni tutti segnati e stropicciati, ai giochi del rosso sipario e delle luci, al dinamismo delle maschere. Il teatro vive tra eccitazione e paura, mai nulla di medio…

Com’è nato il teatro? Quando e perché? Dove affondano le sue radici e quanto sono profonde?

Sul passato più lontano l’archeologia non ci aiuta, scenografie e costumi sono materiale facilmente deteriorabile, per cui non ci rimane niente, tuttavia ci sono i graffiti dell’Addaura, poco conosciuti, del Paleolitico, nella grotta di Monte Pellegrino a Palermo a testimoniare, in una scena di armoniosa e raffinatissima danza, che fin dalla più remota antichità si faceva teatro.

Probabilmente tutte le civiltà hanno da sempre fatto teatro, forse recitare è proprio del genere umano, chi osserva i bambini lo sa.

Il graffito dell’Addaura sarebbe rimasto ignorato da tutti se con lo sbarco in Sicilia gli Alleati non avessero destinato le numerose grotte di Monte Pellegrino a deposito di munizioni ed esplosivi, fu così che uno scoppio accidentale dell’arsenale provocò lo sgretolamento e il crollo di un diaframma di incrostazione portando alla luce i graffiti.

Così probabilmente tanto altro materiale, tante altre fonti che sarebbero fondamentali per la storia del teatro sono andate perdute. Cosa stavano facendo quelle figure umane mascherate danzando in cerchio? Monte Pellegrino, che Goethe definì il promontorio più bello del mondo, con le sue grotte e la singolare vista del mare, è stato da sempre il luogo di isolamento e di rifugio di molti asceti ed anacoreti. Gli archeologi sono unanimi nel ritenere che la scena in questione rappresenti una cerimonia, un rito. I riti sono delle funzioni di vario tipo, che si celebrano ad esempio in occasione di una nuova nascita, della morte, del matrimonio…, momenti che la comunità umana, pubblicamente o in forma privata, vuole sottolineare e condividere.

Questo ci fa riflettere sul fatto che c’è un legame tra il teatro e il tempio, la recitazione e la sfera sacra. Lo dice l’archeologia, tempio e teatro sono sempre fisicamente vicini nell’antica Grecia, nella Roma antica. Lo conferma la filologia, infatti tempio e teatro vengono dalla stessa radice a indicare il separare lo spazio sacro da quello profano per potere accedere ad una visione.

Sulle origini del teatro hanno scritto tanto numerosi studiosi basti citare Aristotele e Nietzsche, Giamblico ed Erodoto; oggi ci avvaliamo anche del contributo del professore Tommaso Palamidessi, fondatore dell’Archeosofia, secondo il quale le origini del teatro sono da legare non soltanto alla poesia, al canto e allo spettacolo, ma al rapporto tra uomo e Dio, che in antico veniva vissuto nei Misteri. Il teatro delle origini si associa quindi ai Misteri antichi.

L’arte drammatica e tragica fu utilizzata nella celebrazione dei Misteri, perché l’attore, capace per l’espressione mimica, l’uso della parola e per l’investitura sacrale, produce negli spettatori, a mezzo della compassione e del timore, una purificazione delle passioni, senza contare la reale influenza telepatica esercitata dagli artisti sui ricettivi. ((Tommaso Palamidessi: Quad. 4, Introduzione ai Misteri Minori e Maggiori)

Di questi argomenti e non solo parleremo il 20 Aprile.

 

2a Conferenza: STILI DI RECITAZIONE A CONFRONTO

Venerdì 27 Aprile alle ore 21:30 presso la sede dell’Associazione Archeosofica, in piazza dello Spirito Santo 1 a Pistoia, presenteremo le varie tecniche e gli stili di insegnamento della recitazione, da Stanislavskij a Brecht, dall’immedesimazione allo straniamento dell’attore dal suo personaggio.

ARTICOLO SULLA CONFERENZA

Devo immedesimarmi totalmente o devo in qualche modo tenere le distanze concentrandomi sulla voce impostata, sul gesto e sui movimenti in scena? Ecco uno dei dubbi che attanaglia l’attore che si pone di fronte al suo personaggio.

Mi piace, mi somiglia,  mi viene naturale, dicono alcuni.

Mamma mia! Io proprio non lo capisco, dopo sei mesi di lavoro ancora non mi viene! Dicono altri.

Attori e personaggi: che storia! Un rapporto strano e intenso, fatto di un regista che ti fa una proposta, di un copione, ormai sulla mail, da stampare, le indicazioni che ti dice o ti scrive, che non sai mai se leggere prima o dopo il copione. Un legame che si crea a poco a poco, fatto della prima lettura, di attenzione, di studio che nel tempo si arricchisce con le espressioni del viso, i movimenti del corpo, le ore a provare di fronte allo specchio.

Tutto questo per dire come nasce un personaggio e cosa deve fare un attore…

Ci sono tanti modi di fare teatro, come pure tanti sono gli scopi che chi fa teatro intende raggiungere. Le tecniche e gli stili di insegnamento della recitazione sono numerosi. Alcuni sono stati ideati dagli stessi attori, altri dagli scrittori di teatro o dai registi che poi li hanno insegnati agli attori.

Uno dei più noti è il metodo Stanislavskij, attore, regista e scrittore di teatro, che ha provato a proporre delle linee guida per gli attori, comunicando cosa deve sapere fare il vero e bravo attore. Secondo le sue indicazioni l’attore deve innanzitutto conoscere tutto del suo personaggio, sul luogo e sul tempo in cui ha vissuto. Poi deve ricordare, attingendo alla sua personale memoria, le sue emozioni, quelle che ha veramente vissuto, per rappresentare al meglio quelle del suo personaggio, rivivendole sulla scena.

Quindi questo metodo si basa sulla ricerca delle affinità, delle somiglianze interiori tra personaggio e attore. Per una perfetta immedesimazione inoltre il metodo richiede che l’attore resti nel personaggio anche fuori dal set, continuando a vestirne i panni.

Da questo metodo, nel 1947, a New York, sulla 44° strada, nacque l’Actors Studio, un laboratorio per formare gli attori e Elia Kazan, Cheryl Crawford, Robert Lewis, Marlon Brando, James Dean, Marilyn Monroe, Paul Newman, Al Pacino, Shirley MacLaine, Robert De Niro, Susan Sarandon, Meryl Streep, Steve McQueen, Nastassja Kinski e molti altri hanno studiato qui. Anche Nicole Kidman utilizza questa tecnica.

Il problema che può derivare da questo metodo è che a furia di immedesimarsi totalmente in un personaggio per mesi, per anni, e in diversi personaggi per lunghi anni, l’attore rischia di perdere la propria identità e di soffrire di questo; l’esperienza dice che alcuni attori sono finiti a psicofarmaci o si sono suicidati, proprio perché avevano perso la loro identità. Un altro possibile pericolo poi è quello che attingere al proprio vissuto faccia emergere dei ricordi dolorosi che non sappiamo gestire.

Diversamente da Stanislavskij, Bertold Brecht punta sulla capacità di straniamento dell’attore.

Il famoso drammaturgo tedesco parte dal presupposto che non è possibile immedesimarsi in un altro, quindi il suo metodo si fonda su un tipo di recitazione esagerata, dove il tono della voce, la gestualità e l’espressività degli attori esprimono l’impossibilità di immedesimazione. Il rischio però è che la recitazione risulti fredda, finta e non trasmetta niente, non dia nulla. E forse l’effetto catarsi fallisce, perché lo spettatore, non viene avvolto dall’energia dell’attore, non sente i suoi sentimenti e quindi non vive le sue passioni.

C’è chi fa teatro per risolvere dei problemi, chi punta sull’immaginazione, sulla creatività dell’attore, chi sull’azione, sul divertimento, chi guarda al pubblico, chi allo stare insieme e al messaggio che si può comunicare.

Di tutto questo parleremo il 27 Aprile alle ore 21:30

3a Conferenza: TANTO MA NON TUTTO SUL TEATRO

Venerdì 4 Maggio alle ore 21:30 presso la sede dell’Associazione Archeosofica, in piazza dello Spirito Santo 1 a Pistoia, diremo molte cose sul teatro, sul testo, l’autore, il regista, gli attori, il pubblico, le maschere…, ecco! chi c’è dietro la maschera? Nessuno, centomila, uno?

ARTICOLO SULLA CONFERENZA

L’esperienza dice che il teatro genera emozioni: paure, tensioni, eccitazione, entusiasmo. Sia gli attori, che gli scrittori e i registi, senza dimenticare il pubblico che è fondamentale…, tutti sono coinvolti, uniti, insieme, per lunghi periodi o anche soltanto per due ore.

Cos’è il teatro? Oggi è prima di tutto un luogo, un edificio, in antico era una struttura in legno o in pietra senza tetto e all’aperto con vista sul mare magari al tramonto del sole.

Luogo affascinante con le quinte -che si chiamano così perché hanno la forma di una V latina-, i camerini, il palcoscenico, il sipario, le corde, le luci, l’attrezzeria, le scenografie, i costumi, i trucchi. E poi le persone del teatro, il drammaturgo, l’invisibile e misterioso scrittore del copione, il regista che deve dare vita a qualcosa di nuovo trasformando le parole in uno spettacolo teatrale appunto, gli attori, i personaggi, gli spettatori, i tecnici, i truccatori, i costumisti, il pubblico, le maschere: un inimmaginabile brulichio umano che cresce via via che il suono della campanella si avvicina.

Il teatro vive di parole, di gesti, di movimenti, di voci, di suoni, di danza, di pittura, scultura e di tutte le arti.

Poi c’è il testo, che qualcuno ha ideato chissà dove, magari di notte o nel corso di una cena tra amici. Testo prodotto spesso in solitudine dallo scrittore che guarda in se stesso, alla storia o alla fantasia, che elabora dei tipi umani e si sente abbastanza libero fino a quando i personaggi cominciano a prendere forma e alzano la cresta per cui non è più lui che domina tutto, ma loro che cominciano a vivere…

Lo scrittore di teatro esce dalla sua solitudine e va verso il mondo, specialmente quando diviene, per diletto o per necessità, egli stesso attore.

Sì, grandi gioie può riservare all’uomo e alla donna il teatro. Il suo potere è immenso, le possibilità di espressione infinite.

Poi c’è l’aspetto dell’essere insieme, chi fa teatro crea una compagnia, si chiamano compagnie teatrali, non solitudini teatrali. Un tempo andavano in giro con i carri, vi innalzavano un palco e si dipingevano il viso attirando l’attenzione di tutti. Oggi si va in macchina, si fanno le macchinate, un’infinita sequenza di messaggi su whatsapp, tanto sonno la domenica mattina, ma bene o male da tutta Italia ci siamo.

Fare teatro è compiere un’azione in scena, agire; in molte lingue recitare si dice giocare, in italiano vuol dire citare due volte, ossia ripetere gesti e parole, anche se non due, ma mille volte, almeno.

Fin dall’antichità c’è chi pensa che un testo nasce dall’uomo e dalle sue facoltà e chi invece che sia ispirato da una Musa, che venga in qualche modo suggerito al poeta da qualcuno che gli sussurra all’orecchio, presenza invisibile.

Come sia nato il teatro è difficile dirlo, molti hanno pensato che un’antica forma di teatro era il canto del capro, ossia dei capri, cioè dei sacerdoti che indossavano maschere di capretti, durante alcune cerimonie.

In origine quindi il teatro era legato alla sfera del sacro, ai Misteri antichi e si indossavano delle maschere che raffiguravano animali o divinità perché si voleva assimilare la natura del soggetto rappresentato sia nelle maschere stesse che nell’ azione rappresentata.

Tempio e teatro sono stati da sempre collegati, basti pensare che in antico al centro del teatro si ergeva un altare e che essi venivano costruiti l’uno vicino all’altro, poi anche lo studio dell’etimologia conferma un’origine comune legata alla necessità di preparare uno spazio sacro per potere vedere…

Oggi i nostri spettacoli non durano a lungo, ma in passato alcune rappresentazioni venivano fatte in 25 giorni, in Grecia in un giorno. Oggi si mette in esce a volte un tempo interiore, pieno di attese e silenzi, di filmati che cambiano il tempo e anche lo spazio del teatro.

Vi sono anche vari generi teatrali: la tragedia, la commedia, il musical con recitazione, danza e canto, la commedia dell’arte, il teatro dell’assurdo, il mimo, l’opera lirica e molti altri.

Molto interessanti sono anche le maschere che coprono solo gli occhi, il viso o tutta la testa, realizzate in materiali diversi, in legno, oro, tela alle gomme poliuretaniche, in vetroresina. Anche la maschera è stata usata e studiata a lungo e sono state fatte diverse ipotesi per spiegarne sia la funzione che l’origine. Rappresentano la divinità? O amplificano la voce?

Luigi Pirandello diceva che ciascuno di noi indossa molte maschere nella sua vita e grazie ad esse possiamo vivere tranquilli. Indossiamo la maschera del marito e della moglie, della madre e del padre, del figlio e della figlia, dell’impiegato, dell’eterno giovane, del rivoluzionario. Con ogni maschera, con ogni ruolo sociale ci sono delle parole da usare, dei pensieri, delle cose da dire e da non dire, gesti opportuni e inadeguati al contesto.

Queste maschere possono essere vissute come una prigione che incarcera la vera vita, viviamo nelle forme sociali e invece in noi vorremmo essere liberi di sentire, di pensare, di dire…

Quando poi uno non ne può più e sbotta dice la verità ed ecco che allora gli altri lo considerano pazzo e lo escludono dal loro gioco delle parti, dal vivere sociale, civile, normale: è come se fosse morto per loro, non lo cercano più, non lo trattano più.

Ma cosa c’è sotto le maschere? Anzi, chi c’è? Centomila persone, ma anche uno, il nostro io che cambia continuamente, che segue il flusso della vita come l’acqua di un fiume non si ferma mai. Noi siamo maschere nude, siamo anche verità, perché sappiamo chi siamo e cosa vogliamo, ma spesso ci dobbiamo rinunciare, perché viviamo in società. Secondo Pirandello siamo anche nessuno e c’è il rischio che tolte tutte le maschere sotto non rimanga niente, finite le parti da recitare ogni giorno non sappiamo più chi siamo.

Un’antica Tradizione sapienziale che è stata trasmessa e presente in tutte le più grandi civiltà dall’Oriente all’Occidente, dal passato fino ad oggi, dice che l’uomo e la donna sono un Ego, un Io, qualcosa di simile ad una collana di perle o alle tante facce di un diamante.

Nella vita di ciascuno di noi si vede solo una perla, solo una faccia del diamante e non tutto l’insieme, si vede il piano, non il solido. Ciò che si vede di noi, il nostro lavoro, il nostro ruolo nella famiglia, i nostri pensieri sono solo una personalità, un aspetto, un po’ di noi, una parte di noi, sono come una maschera che nasconde il nostro vero volto. Qualcosa di eterno, vivo e vero, di completo che siamo noi.

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