Teatro Povero di Monticchiello edizione 2015: la differenza sta tutta in una “P”

 
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di FABRIZIO CALABRESE
La differenza sta tutta in una “P”, che può essere minuscola o maiuscola a seconda che si parli del (p)aese piccolo o (P)aese grande. Che sia un piccolo borgo come Monticchiello o la più grande penisola Italia il dubbio è sempre quello: andarsene o no? Una provocazione e metafora che nell’intreccio dei temi pone un bell’accento su dolorose crisi di identità: quelle di chi se ne va e quelle di chi arriva. Tra tanti giovani che sono costretti a trovare un futuro all’estero e tra tanti che invece da fuori lo cercano nel belpaese, tra tanti anziani e meno anziani che invece cercano di sopravvivere dove sono nati, ecco “Il paese che manca”. Titolo, ma anche un’affermazione, dell’auto dramma numero quarantanove del Teatro Povero di Monticchiello che ha appena spento i riflettori sulla edizione 2015. Come sempre sotto la magistrale e instancabile regia di Andrea Cresti. Oltre venti giorni di repliche, nella sempre gremita piazza della Commenda di quel borgo senese che ha trasformato in drammaturgia le difficoltà di una piccola comunità costretta a lottare l’erosione demografica, il non sviluppo dei piccoli centri rurali, la chiusura di servizi essenziali, in una prova di “resistenza civile e sociale”, combattuta giorno dopo giorno. Il Teatro, poi, diventa megafono di una voce unica, corale, frutto di una delle esperienze di drammaturgia partecipata più unica che rara nel panorama italiano e non. Durante l’inverno gli abitanti del borgo si incontrano e danno vita al consueto dibattito pubblico per scegliere il tema da trattare. Due mesi di prove e poi tutti in scena. Lo spettacolo parte in sordina, tra le chiacchiere di massaie antiche che rammentano tempi lontani, duri ma pieni di speranze, mentre preparano il rinfresco per festeggiare il compleanno dell’ultimo ventenne del paese. Come un fulmine a ciel sereno arriva la notizia della chiusura dell’ufficio postale: non si sono i numeri. La cattiva nuova è vera perché da settembre realmente a Monticchiello non ci sarà più lo sportello delle Poste. Ultimo baluardo civile di un contatto con l’esterno. Tra affondi a top manager super stipendiati, responsabilità mancate, buchi di bilancio e baracconi vari, il copione va avanti in un crescendo veloce di significati, a volte reale, quasi fin troppo semplice, altre complicato e surreale, sospeso tra la gioia della festa ma anche tante ansie e preoccupazioni. Gli abitanti/attori guardano al passato mettendo insieme centinaia di pezzi di quel mondo contadino che è ormai alle spalle. Guardano al presente con preoccupazione, tra giovani emigrati che ritornano per la festa ben consapevoli che quella sarà una delle ultime volte. Guardano al futuro pensando che la speranza è davvero l’ultima a morire. Sarà riposta in un improbabile giocattolaio, ambiguo, ma forse unica soluzione per combattere “il Consiglio di Amministrazione del Governo Spa” che comunica al popolo: “non siete”. Invece “sono”, eccome, ai margini di un sogno che in fondo al tunnel vede la luce, magari nella mani di un giocattolaio metafora di creatività e manualità, fuori da un mondo digitale un po’ troppo “2.0”.

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